Giotto di

Giotto di Bondone... Toscano purosangue, o mi sbaglio?



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Non sbagli affatto, figliolo mio.
Nacqui a Vespignano nel Mugello, nell'anno del Signore 1266.
Esattamente un anno dopo il mio corregionale Dante Alighieri: che però era fiorentino fino al midollo.

Figlio d'arte?
Nient'affatto. In casa mia non si sapeva neanche per sentito dire che cosa fosse la pittura. Il babbo era un povero contadino. Lo stesso il nonno e il bisnonno, figurati!

In che modo ti scoprirono pittore?
Certamente conoscerai la storiella che si racconta da sempre.

Quale? Quella del grande Cimabue che ti avrebbe scoperto un giorno mentre, umile pastorello, disegnavi su una pietra le pecore del tuo gregge?
Per l'appunto.

È una storia vera?
È una bùbbola. In realtà Cimabue lo conobbi quando ero già un discreto pittore.
Mi presentarono a lui e il maestro, quando vide alcuni miei dipinti, mi chiese se me la sentivo di entrare come discepolo nella sua bottega. Lo seguii prima a Firenze, poi a Roma, quindi ad Assisi...

Ad Assisi che cosa ci andasti a fare?
È una storia lunga, proverò a raccontartela. I superiori dell'ordine francescano volevano che la basilica superiore di San Francesco in quella città fosse abbellita con affreschi...
Ma c'erano difficoltà, non tutti erano d'accordo.

In che senso?
Nel senso che qualcuno giudicava quell'operazione... Un'operazione, non dimenticarlo, che costava un sacco di quattrini... poco confacente agli ideali di povertà e di semplicità celebrati in vita da San Francesco... Si discusse per un bel po'... Alla fine prevalse il punto di vista del papa, dei cardinali e dell'alta borghesia dei mercanti. Così, padre Giovanni da Murro (che Dio l'abbia in gloria, perché gli devo molto della mia fama) commissionò l'opera: una serie di affreschi per raccontare la vita del santo e dei suoi fraticelli. Ci lavorai, con i miei collaboratori, 8 anni: dal 1296 al 1304. Una fatica che non ti dico: ma alla fine che capolavoro!

Poi il papa ti chiamò a Roma...
Certo, il famoso Bonifacio Vili, che in realtà si chiamava Benedetto e apparteneva alla nobile famiglia dei Caetani.

Anche a proposito dei miei rapporti con papa Bonifacio Vili si racconta una storiella... Quale?
Si narra dunque che il papa, prima di assumermi al suo servizio, volle un saggio del mio talento. Riunì tutta la sua corte nella sala del trono e mi chiese di tracciare un cerchio. Lo disegnai così perfetto... e a mano libera... Che tutti, il papa e i cardinali che lo circondavano rimasero a bocca aperta.

È vero?
È un'altra bùbbola. In realtà, altro che cerchio. Dipinsi gli affreschi della loggia delle benedizioni nella basilica di San Giovanni in Laterano. Peccato che con il tempo siano andati completamente distrutti. L'unico frammento che ne resta, quasi indecifrabile, rappresenta Bonifacio Vili nell'atto di proclamare il giubileo.

E poi...?
Poi, insieme agli elogi dei cardinali e dei nobili, mi venne sulle spalle tanto e tanto di quel lavoro che ero costretto a viaggiare per tutta l'Italia. Ma ti assicuro che non mi dispiaceva affatto viaggiare, anche se ai miei tempi non c'erano il treno né l'automobile e ci si doveva spostare a cavallo, anche con il cattivo tempo. Fra il 1303 e il 1305 fui a Padova dove dipinsi gli affreschi della cappella di Enrico Scrovegni. Lavorai a Milano, su incarico di quel gran signore che era
Azzone Visconti. Poi soggiornai a Napoli alla corte degli Angiò. Infine, nel 1334, rieccomi a Firenze, la città che considerai sempre la mia vera patria...
Dove lavorasti anche come architetto. Proprio così. Mi nominarono capomastro dell'Opera del Duomo, e in questa occasione pensai e disegnai quel magnifico esemplare di architettura gotica che è il Campanile tutt'oggi denominato "Campanile di Giotto".

Quale, delle tante lodi che ti hanno rivolto, ti piace di più?
Il riconoscimento di esser stato l'innovatore del linguaggio pittorico italiano; è un bel complimento, non ti pare?



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