Un altro toscano famoso: Donato di Niccolo di Betto... detto Donatello, nato a Firenze nel 1386 da un modesto cardatore di lana. Leggo nelle tue biografie che fosti uomo semplice, alla mano.



Pensai sempre a fare il mio mestiere di scultore meglio che potevo. Non avevo certo il tempo e tanto meno la voglia di darmi delle arie, come facevano tanti miei colleghi. Eppoi non ero nemmeno il tipo.


Dove passasti la tua vita?
Soprattutto in Toscana: a Firenze, a Siena, a Pisa... In seguito mi trasferii a Padova. Diventato vecchio, tornai a Firenze dove Cosimo de' Medici mi voleva un bene dell'anima e, bontà sua, prese a proteggermi.

Cosimo ti faceva tanti regali?
Beh, non tanti... io non gli chiedevo nulla... Un giorno, mi donò un poderetto che mi assicurasse da vivere dignitosamente. Ma io non avevo abbastanza soldi per coltivarlo e un anno dopo cercai di venderlo. Allora Cosimo sai che fece, da quel gran signore che era?

Che cosa?
Saputo che ero "all'asciutto", mi assegnò una rendita, e da allora potei attendere alla mia arte e alla mia vita quotidiana con tutta serenità.

A proposito di quel tuo poderetto si racconta un aneddoto divertente.
Lo vuoi raccontare tu stesso?

Certo. Un giorno, vecchissimo, stavo proprio male, e i miei parenti erano venuti tutti intorno al mio letto e mostravano una grande premura, ognuno sperando che glielo lasciassi in eredità... lo, che avevo capito la solfa, li gelai con queste parole: «Non a voi, cari parenti, lascerò il podere perché non gli avete fatto finora alcun bene, tranne il pensare di possederlo. Lo lascerò al contadino che lo ha lavorato e che ci ha penato su. Andate e siate benedetti.»

Come ci restarono?
Oh, puoi immaginarlo.


Parliamo di come ti formasti come artista.
Se proprio vuoi. Fui iniziato all'arte nella bottega del famoso scultore Lorenzo Ghiberti. Lorenzo, ma soprattutto Filippo Brunelleschi, mio maestro spirituale, mi aprirono fa mente e il cuore agli ideali di perfezione artistica del Quattrocento. Allora ero soltanto un giovane popolano ingenuo e povero di cultura. Sotto la loro guida imparai tutto quello che potevo apprendere.

Quali furono i tuoi criteri di artista?
Non mi è facile risponderti. Cercavo di dare a tutte le statue che scolpivo un carattere e una personalità come se, invece che statue, fossero esseri umani. A proposito di una mia statua, il San Giorgio, lo storico dell'arte Giorgio Vasari scrisse delle parole molto belle, che, con tutta modestia, vorrei citarti. Scrisse: «Si conosce la bellezza della gioventù, l'animo e il valore del­le armi, una vivacità fieramente terribile e un me­raviglioso gesto di muoversi entro a quel sas­so». Credo che Vasari abbia capito perfettamente quale era il significato, l'obiettivo del mio lavoro. Ma forse esagerava un tantino.

In quali altre opere ti "riconosci" meglio?
Che domanda. Proverò a risponderti: il san Giovannino, i Profeti, il Davide, il monumento equestre al condottiero Gattamelata e l'altare di Sant'Antonio da Padova dove, oltre alle statue, modellai i bassorilievi "a stiacciato", trasformando l'arte plastica in pittura. Di te si è detto che, se fosti grande nel rappresentare la figura umana, lo fosti altrettanto nell'ambientare le tue opere. Oh, i critici sono stati sempre molto gentili nei miei riguardi...
Ho qui sotto mano un'altra citazione da Vasari. Voglio ricordartela: «Di Donato si può dire che tanto lavorava col giudizio quanto con le mani: infatti molte cose si lavorano e paiono belle nelle stanze dove sono fatte, ma poi cavate di quivi e messe in un altro luogo e a un altro lume o più alto, fanno varia veduta, e riescono il contrario di quello che parevano.
Invece Donato faceva le sue figure di maniera, che nella stanza dove lavorava, non apparivano la metà di quello che elle riuscivano migliori nei luoghi dov'erano poste»...
Vasari era un gran bravo critico, ma, ripeto, forse nei miei riguardi esagerava un poco. Davvero troppo gentile...



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